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Il MAECI con la nota 3029 del 21 marzo 2017 ha comunicato l'avviso relativo alle nomine dei commissari di esami di statoper l'anno scolastico 2016/2017, conferibili ai docenti in servizio in Italia.

L'avviso elenco requisiti, modalità e procedure per fare domanda, solo in via telematicadal 29 marzo al 12 aprile prossimi.

Il testo della nota verrà reso disponibile a breve anche sul sito del Ministero degli Affari Esteri.

Troppe donne in cattedra pregiudicano i risultati degli alunni? A chiederselo è l'Ocse, l'Organizzazione per lo sviluppo economico,  che ha recentemente pubblicato Gender imbalances in the teaching profession ("Squilibri di genere nella professione docente"). Perché la professione dell'insegnante, che in molti stati di tutti i continenti è a predominanza femminile, adesso lo sta diventando un po' troppo, secondo  gli esperti dell'Ocse. La femminilizzazione dell'insegnamento è, infatti, in continua ascesa e siamo ormai al 68 per cento nelle scuole dei paesi presi in considerazione.


"Persistenti squilibri di genere nella professione di insegnante - scrivono da Parigi - hanno sollevato una serie di preoccupazioni". Al punto che "paesi come il Regno Unito - continua l'Ocse - hanno attuato politiche che incoraggiano l'assunzione di insegnanti di sesso maschile". Non solo. "Data l'entità del fenomeno - spiegano gli esperti - sarebbe interessante indagare il potenziale impatto del divario di genere nell'insegnamento, per esempio, sui risultati di formazione o di carriera".In dieci anni - dal 2005 al 2014 - la presenza femminile nelle aule scolastiche, a livello Ocse, i paesi industrialmente sviluppati, è cresciuta dal 62 al 68 per cento. Una presenza che decresce andando dalla scuola dell'infanzia verso le superiori. Tra i ventidue Paesi dell'Europa che aderiscono al Trattato di Schengen, la presenza delle donne dietro la cattedra è pressoché totale nella scuola dell'infanzia (97 per cento) e dominante alla primaria (85 per cento). Per calare lievemente alle medie (68 per cento) e alle superiori, dove la presenza femminile nel 2014 si è attestata attorno al 58 per cento. Il fenomeno in Italia è ancora più accentuato.

Docenti italiani 2016/2017 tutte le età
OrdineMaschiFemmine% maschitotale
Infanzia 612 87.089 0,70% 87.701
Primaria 8.931 236.575 3,64% 245.506
I Grado 34.169 121.536 21,94% 155.705
II grado 82.605 158.480 34,26% 241.085
Totale 126.317 603.680 17,30% 729.997
 
 

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I dati forniti dal ministero dell'Istruzione raccontano di una percentuale maschile all'interno delle sezioni (classi) di scuola dell'infanzia statale inferiore all'uno per cento: 0,7 per la precisione. Un genere in via d'estinzione, visto che su 87.701 titolari gli uomini sono appena 612. La percentuale di insegnanti maschi sale al 3,6 per cento alla primaria. Alle medie i prof uomini sono il 22 per cento del totale e le donne il 78 per cento. Solo nei licei e negli altri indirizzi delle superiori la presenza maschile si incrementa, ma su tre docenti, due sono donne: il 66 per cento.Dopo le ultime immissioni in ruolo qualcosa sembra muoversi. Perché tra i docenti italiani più giovani (gli under 35) le percentuali di uomini sono più alte e in aumento dal 2015/2016 all'anno in corso, soprattutto alle scuole medie e alle superiori, dove i maschi sfiorano il 39 per cento di rappresentanza. Segno di una inversione di tendenza?

Giovedì 23 Marzo 2017 14:52

I DOCENTI SONO PAGATI ABBASTANZA?

Buoni insegnanti sanno come tirare fuori il meglio degli studenti. Ma i governi e le autorità pubbliche sanno come tirare fuori il meglio di insegnanti? Quali sono i fattori che motivano i giovani a intraprendere la professione di insegnante, li sostengono nel fare il lavoro migliore possibile, e li incoraggiano a rimanere?

Una prima risposta comune potrebbe essere il denaro. Dolton e Marcerano-Gutierrez hanno studiato il rapporto tra i salari degli insegnanti e i risultati degli alunni, mostrando una correlazione positiva tra una retribuzione più elevata e punteggi più alti degli studenti (in TIMSS e PISA). Essi sostengono che gli stipendi più alti per i nuovi insegnanti rendono più competitivo l'ingresso alla professione ed aumentano il livello medio di chi entra. Inoltre, una volta reclutati, la possibilità di raggiungere livelli retributivi più elevati e/o di ricevere una paga maggiore legata alle prestazioni, può fungere da incentivo anche per gli insegnanti per migliorare i risultati educativi degli alunni.

Ma tutti sappiamo che il denaro non è tutto. Ben Jensen et al., in un recente studio, sottolineano l'enfasi che sistemi di istruzione basati su prestazioni più performanti mettono sullo sviluppo professionale di alta qualità. In particolare, la loro ricerca sottolinea l'importanza dell’apprendimento collaborativo professionale, dei programmi di tutoraggio per i nuovi arrivati, e della gratificazione della competenza dell’insegnante.

Questi fattori potrebbero diventare ancora più rilevanti per le politiche di assunzione e di mantenimento negli anni futuri. Recenti indagini degli Stati Uniti suggeriscono che la Generazione 2020, altamente connessa, si aspetta di lavorare di più rispetto alle generazioni precedenti, ha aspettative più alte per il primo stipendio ed è alla ricerca di opportunità per crescere attraverso l’impiego. Partendo dal presupposto che in un'epoca di connessione a livello globale, i giovani europei in linea di massima hanno comportamenti simili, può essere una preoccupazione che l'equilibrio tra lavoro e vita, le sfide intellettuali o il servizio pubblico non sembrino essere tanto importanti quanto lo erano per le generazioni precedenti.

In Europa, il livello delle retribuzioni per gli insegnanti all’inizio della carriera, il potenziale aumento di stipendio per tutta la carriera e la velocità di avanzamento per raggiungere i livelli retributivi più alti variano enormemente in tutti i paesi. Secondo il rapporto recentemente pubblicato da Eurydice su Stipendi e indennità di docenti e dirigenti scolastici in Europa - 2015/16, lo stipendio annuo lordo di partenza per un insegnante è inferiore a 20.000 euro in 18 paesi e addirittura al di sotto di 10.000 in 13. Dopo aver tenuto conto delle differenze del costo della vita, i paesi europei che pagano di più gli insegnanti all’inizio della carriera sono (in ordine) Lussemburgo, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Danimarca e Norvegia.

Il rapporto Eurydice mostra che anche le aspettative per l’aumento dello stipendio variano drammaticamente. Romania e Ungheria hanno i più alti aumenti salariali nel corso di una carriera (165% e 145%, rispettivamente), ma gli stipendi di partenza sono bassi e gli insegnanti hanno bisogno di oltre 40 anni di servizio per raggiungere il livello massimo. Stipendi iniziali relativamente più elevati possono raddoppiare dopo circa metà di questo tempo nei Paesi Bassi (15 anni), Cipro e Irlanda (22 anni). Ci sono anche paesi dove la differenza tra gli stipendi massimi e minimi è molto più bassa. Tuttavia, mentre in Scozia e Irlanda del Nord, gli insegnanti possono raggiungere questo massimo solo dopo 6 e 10 anni di servizio rispettivamente, nella Repubblica Ceca e in Slovacchia ci vogliono più di 30 anni.

Solo pochi paesi in Europa (Bulgaria, Repubblica Ceca, Lettonia, Austria, Romania e Slovenia) utilizzano pagamenti aggiuntivi per gli insegnanti sulla base di una valutazione delle performances positive degli studenti o sui risultati dei loro esami. Allo stesso modo, la maggior parte dei paesi non concede indennità specifiche per l'acquisizione continua di qualifiche di sviluppo professionale. Inoltre, secondo il rapporto Eurydice 2015 su La professione di docente in Europa, le attività di sviluppo professionale che sono offerte che non sempre corrispondono alle esigenze degli insegnanti e non sono sufficientemente concentrate sui metodi di insegnamento. In particolare, l'apprendimento collaborativo professionale (preparazione comune delle lezioni, ad esempio, e la organizzazione di materiali didattici, la frequentazione delle lezioni di altri insegnanti e il feedback relativo) è ritenuto efficace, ma spesso non è una possibilità.

Gran parte della sfida è la creazione delle condizioni per un ambiente di lavoro di alta qualità che consenta ai docenti di crescere e completarsi, per poi eccellere nella loro professione. Basarsi esclusivamente sul desiderio intrinseco di giovani insegnanti di ricambiare e di servire la società non è probabilmente sufficiente: stipendi competitivi sono anche un segnale del valore che diamo ai nostri docenti.

 FLC CGIL

Dopo tanta attesa, diventano realtà le pensioni sociali Ape: dal 1° maggio ed entro giugno, chi vorrà, se in possesso dei requisiti, potrà presentare domanda.

L’annuncio è arrivato il 20 marzo dal Governo ai sindacati, nel corso dell’incontro tecnico sui decreti attuativi sull'Ape: è stata anche confermata la partenza dello strumento per il primo maggio.

Una richiesta che, ricordiamo, sino a chi percepisce 1.500 euro, non prevede costi per il lavoratore (poi, saranno comunque ridotti).

Il problema è che questo genere di “scivolo”, riguarda un numero ristretto di professioni: per la scuola, ad esempio, le maestre della scuola dell’infanzia.

Per presentare la domanda a giugno, l’Inps ha stabilito che occorrerà essere in possesso dei requisiti da maturare nel 2017. Per il 2018 la data limite di presentazione sarà nel mese di marzo.

L'Ape “social” – che permetterà di lasciare il lavoro anche a 63 anni e sette mesi - potrà essere chiesta in via sperimentale dal primo maggio 2017 al 31 dicembre 2018 da soggetti in condizioni di disagio (disoccupati che abbiano esaurito la disoccupazione da almeno tre mesi, invalidi civili con almeno il 74% di invalidità, dipendenti che svolgono da almeno 6 anni in via continuativa un lavoro gravoso) che abbiano almeno 63 anni di età e 30 anni di anzianità contributiva (36 anni per coloro che svolgono attività difficoltose o rischiose).

Le professionalità che potranno chiedere l'Ape “social” figurano tra gli altri gli operai dell'edilizia, conduttori di gru, conduttori di mezzi pesanti e convogli ferroviari, insegnanti di scuola dell'infanzia, infermieri organizzati in turni. L'indennità, corrisposta per 12 mesi l'anno, è pari all'importo della rata mensile di pensione calcolata al momento dell'accesso alla prestazione ma non può superare l'importo massimo mensile di 1.500 euro lordi e non è soggetta a rivalutazione.

Praticamente, però, tutte le maestre d’infanzia pensionande che superano i 1.500 euro lordi, rientrando nei parametri d’accesso, andranno in pensione con il reddito “ponte”. Il quale sarà in buona parte a carico dello Stato: il resto lo pagherà il lavoratore che ha beneficiato dell’anticipo. Questo avverrà, però, solo per la quota che supera la soglia.

A fornire l’entità del pagamento da effettuare, era stato l’on. Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro a Montecitorio: "per un'Ape agevolata da 2.000 euro lordi mensili, si applicherà circa l'1% di penalizzazione per ogni anno di anticipo", aveva detto il democratico,

In termini pratici, quindi,si tratterà di restituire (a partire dalla data di pensionamento dettata dalla riforma Monti-Fornero, quindi dopo i 67 anni) meno di 20 euro mensili l’anno. Per chi beneficerà dei tre anni e 4 mesi massimi consentiti, si tratterà di pagare circa 60 euro. Pari a 750 euro annui. Che per 20 anni fanno 15mila euro.

’Ansa rivela anche che i decreti non sono ancora pronti e i sindacati chiedono criteri meno restrittivi sia sulla data limite per le domande sia sulla continuità dei contributi versati per l'Ape per i lavori gravosi: invece degli ultimi sei anni continuativi impegnati in questi lavori (su 36 complessivi), i rappresentanti dei lavoratori hanno chiesto di neutralizzare gli eventuali periodi di disoccupazione che dovessero essere intervenuti in questi sei anni (come accade spesso per i lavoratori edili).

In generale, i sindacati vorrebbero far venire meno la norma sulla continuità dei contributi negli ultimi sei anni di lavoro prima della richiesta dell'indennità. Il 23 marzo, comunque, è previsto un nuovo appuntamento, sia sulla seconda del confronto sia per sciogliere i nodi ancora aperti.

Secondo alcune stime governative, sono circa 35mila i lavoratori che potrebbero fruire dell'Ape sociale, quella senza costi o con costi minimi per il lavoratore: si prevede una corsa alle richieste. Come annunciato alcuni mesi fa dalla Tecnica della Scuola, sembra invece difficile che l'Ape volontaria possa prendere piede a causa degli alti costi per il lavoratore.

Ricordiamo che per chiedere l'Ape volontaria bisognerà avere almeno 63 anni di età e 20 di contributi e aver maturato un importo di pensione al netto della rata di ammortamento per il rimborso del prestito richiesto pari o superiore a 1,4 volte il trattamento minimo.

Il Governo oggi ha confermato il calcolo sulla rata del prestito annunciato nei mesi scorsi pari al 4,5-4,7% per ogni anno di anticipo ma su una media di importo dell'85% della pensione (nel caso di tre anni di anticipo) e solo per 12 mesi (mentre la rata sulla pensione si paga su 13 mesi e per 20 anni).

In pratica, secondo i calcoli diffusi dopo il varo del provvedimento alla fine dell'anno scorso a fronte di un anticipo complessivo per tre anni di circa 39.300 euro se ne restituirebbero in 20 anni oltre 54.000 (208 euro netti di rata al mese su una pensione di 1.286 euro ma per 13 mesi).

Nella scuola, un docente di scuola secondaria a fine carriera, dovrebbe restituire quindi circa 100 euro l’anno. Che per un triennio fanno 300 euro. Quindi, circa 3.500 euro l’anno. Moltiplicati per 20 anni, fanno 70 mila euro.

Il decreto dovrebbe prevedere un tetto di importo per la richiesta di prestito dell'85% nel caso di un anticipo di tre anni rispetto alla pensione di vecchiaia, del 90% nel caso di anticipo di due anni e del 95% nel caso di anticipo di un anno: probabilmente, tra chi alla fine avrà goduto di questo anticipo pensionistico non agevolato, figureranno soprattutto lavoratori ultra 65enni, interessati a fruire solo di un anno o poco più di anticipo per lasciare il lavoro.

Mercoledì 22 Marzo 2017 15:28

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Si è svolto ieri al MIUR il previsto incontro sulla mobilità 2017/2018.

Nulla è stato definito sui tempi per  la sottoscrizione definitiva del CCNI e la pubblicazione dell’Ordinanza Ministeriale, che indicherà, anche , le date di presentazione delle domande.

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